In una conversazione difficile spesso c’è un nodo centrale: la discussione su chi aveva intenzione di fare cosa. L’attribuzione dell’intenzione è importante perché dall’intenzione dipende il nostro giudizio: se scopriamo che l’altro ci ha danneggiato intenzionalmente, la nostra reazione cambia e il nostro giudizio diventa decisamente più severo. E diventa più severo anche quando riteniamo che l’altro non abbia una buona giustificazione: reagiamo in maniera diversa quando troviamo la nostra macchina bloccata da un’ambulanza o da qualcuno che si sta prendendo un caffè al bar, anche se il disagio è esattamente lo stesso.

Non sappiamo mai veramente quali siano (o siano state) le intenzioni del nostro interlocutore, ma nell’incertezza spesso partiamo dal presupposto che il nostro interlocutore ci abbia ferito per disattenzione o egocentrismo, senza dare all’altro il beneficio del dubbio. Se a ferirci è una persona a noi vicina questo presupposto ci causa molta sofferenza. Inoltre, anche se tendiamo ad attribuire all’altro intenzioni negative, non lo facciamo quando riguarda noi stessi. Se l’altro è in ritardo, è perché è una persona irresponsabile. Se invece siamo noi ad essere in ritardo, è colpa del traffico. E’ ben nota in psicologia la tendenza a sottostimare l’influenza che i fattori esterni possono avere nel determinare il comportamento altrui. Questo ci porta a credere che le azioni dell’altro rispecchino fedelmente la sua personalità, non considerando che spesso una persona agisce senza nessun intento particolare, oppure con un misto di intenzioni benevole e malevole. Nel caso di una relazione intima questa tendenza ad attribuire all’altro intenzioni negative è spesso amplificata. Quando il partner lascia i piatti sporchi nel lavello o si dimentica di comprare una provvista interpretiamo queste mancanze non solo come difetti nella sua personalità (“si comporta così perché è egoista”), ma anche come mancanza di rispetto nei nostri confronti, anche quando è improbabile che le dimenticanze siano state compiute con intento malevolo.  E inizia la discussione che Douglas Stone e i suoi colleghi dell’Harvard Negotiation Project chiamano “la battaglia delle intenzioni,” con da una parte una persona che accusa e dall’altra parte una persona che nega. Spesso la stessa discussione si ripete molte volte, senza risoluzione alcuna, lasciando entrambi gli interlocutori arrabbiati e umiliati.

E’ tuttavia importante distinguere tra intenzione e impatto perché sono due fenomeni separati. Il comportamento di una persona può avere un impatto devastante indipendentemente dalle intenzioni. Quando un nostro comportamento risulta in un danno per la persona che ci sta accanto, occorre riconoscere l’impatto negativo da noi causato e riconoscere la sofferenza inflitta, anche quando le nostre intenzioni erano benevole. Se si pesta un piede ad uno sconosciuto, ci si scusa anche se non è stato fatto intenzionalmente. Non si mette in dubbio o si minimizza la sofferenza altrui (che non possiamo valutare perché dipende da tanti fattori) e soprattutto non si possono utilizzare le buone intenzioni per giustificare il danno arrecato. 

Difficult Conversations di Douglas Stone, Bruce Patton e Sheila Heen (Harvard Negotiation Project). Penguin Books (2011).

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